OGGI CE LA PRENDIAMO CON: UN SIMPATICO LETTORE CHE CHIAMEREMO SABRINALDO.

Insomma, vedete voi: tanto è l’astio che si tiene dentro il povero cristo che abito, che gli avete fatto venire una prostatite. E, stante il fatto che io in quel corpo ci risiedo, capirete che non è certo piacevole per me avere una canna su per il cazzo. No, direi proprio di no.

Ma tant’è, che fate schifo e siete orridi più di una superobesa in guepierre esposta in vetrina in corso Dante – che, per voi tutti ignoranti, è a Milano. Sì, la città dell’Inter e del Milan, per lasciarmi un po’ comprendere dalle vostre menti eccelsamente stupide – lo sapevate bene; d’altronde non sfoghereste a sbafo la vostra frustrazione a destra e a manca.

Insomma, evitiamo di parlare del fatto di quando i vostri genitori vi hanno umiliati davanti a tutti alle scuole elementari, pentendosi poi, nella vostra adolescenza, di avervi procreati, e parliamo del nostro nuovo simpaticissimo ospite, Sabrinaldo.

Sì, mi piace usare il nome Sabrina e i suoi suffissi.

Un po’ perchè mi sta sul cazzo come nome.

Un po’ perchè mi state sul cazzo voi.

Un po’ per questo tubo, nel cazzo.

Così. D’amblé.

Premetto che non parlo del tuo libro, ma solo delle sensazioni che questa impostazione mi da. Trovo molto pesante la narrazione utilizzata, non mi attira minimamente e l’introspezione a tutti i costi la trovo sofista, che non porta a nulla. E’ un escamotage ormai usato fino all’annullamento del suo stesso messaggio, cioè trasmettere emozioni. Un riempirsi la bocca. Sono espressioni di stile e nulla più, spesso servono a mascherare una mancanza di tridimensionalità della storia e servono ad imbellettare una narrativa traballante e molto scarna. Probabilmente non è questo il caso del tuo lavoro ma trovo molto ostica la lettura di questo genere

Piccola premessa da fare: quell’idiota di Sabrinaldo non ha nemmeno letto una pagina del libro. Ha soltanto chiesto il genere di appartenenza, per dire. E poi, ha fatto il miracolo.

1. Premettere di non parlare del libro, per poi gettare addosso all’autore – non letto – tutta la frustrazione accumulata, per anni, e convogliata quindi in un feticcio. Un po’ come andare in giro e prendersela, per il proprio fallimento di vita, con le bambole gonfiabili, dicendo però al gestore del porno shop che non ce l’ha esattamente con quella bambola. Ma con tutte. Vi invito a schiacciare il pulsante, quindi, ed a tenere aperta la finestra per successive pressioni: http://inception.davepedu.com/

2. Senza aver letto alcunché, trova pesante la narrazione utilizzata. E non lo attira minimamente. Ma di che? Del genere, del romanzo, della quarta di copertina, dell’etichetta sugli scaffali del supermercato? Di che? Come vedere le mongolfiere alzarsi in aria, guardare il cielo e dire “la vita è così pesante”. Schiacciare bottone, per cortesia.

3. L’introspezione è, per lui: un escamotage che non porta a nulla, abusato. In poche parole, parlare di emozioni nei libri: sia mai. Meglio figa, spara spara, robottoni, anelli, draghi e zombie. Senza pensieri. Stile battaglia tra orde di decelebrati, che mugugnano sbavando a terra, per tutto un libro. Il genere perfetto per Sabrinaldo. Spingere bottone.

4. L’introspezione è, per lui: un riempirsi la bocca. In poche parole, quando gli autori parlano di sentimenti, non sanno che altro cazzo dire. Insomma, ci sono tante belle cose di cui parlare, appunto. Come gli scontri tra onde di decelebrati. Mannaggia a chi parla di emozioni, è proprio un inetto che non sa scrivere e ci prova lo stesso. Meno male che ci sono i geni come Sabrinaldo ad aprire la strada. Spingere bottone.

5. L’introspezione serve a celare la mancanza tridimensionalità di una storia e la narrazione scarna. In poche parole, ancora, se l’autore è scarso, e il libro una merda, almeno riempiendolo con tante emozioni lo rendo un libro accettabile, celo lo schifo della mancanza di azione. Insomma, non fanno così i grandi Moccia e Volo? Spingere bottone.

6. L’introspezione è un sofismo. UN SOFISMO. Spingere bottone, per carità di Dio.

Ora, tralasciando il fatto che un ignorante che usa la parola sofismo fuori contesto è da impalare, come ai tempi del grande Vlad – tanta stima, fratello -, l’ultima frase è per me – non so se anche per il pusillanime che abito – sintomatica di quanto sei scarso e tipicamente italiano: sei troppo stupido per apprezzare l’introspezione, troppo vuoto e decelebrato per affrontare determinati argomenti, allora non ci devono stare, quelle cose, devono sparire.

Giusto, assolutamente d’accordo: per un italiano come te, il pensiero è una cosa da evitare, che fa male, che crea dolore.

In fondo, ti apparirà come una cosa nuova, sconosciuta, e il nuovo e lo sconosciuto fanno paura!

Quindi stai pure lontano dai libri profondi, seri, e buttati a capofitto sui romanzi tratti dai videogiochi, o dai giochi da tavolo. Sono degni di te, tu parte della schiera di decelebrati per cui se il mondo è complicato, è il mondo a dover cambiare, e non tu a doverlo capire!

Resta nella fogna di inferno che ti sei creato, con il tuo falso sapere e la tua netta arroganza, e continua con quella tua aria da saputello vuota e costrutta, posticcia.

Perché facessi io una tua introspezione – che tu ti vergogni di fartela da solo – non troverei che un massiccio di argilla, fragile e puzzolente, a coprire il tuo vuoto.

Mangiati e leggiti la stessa sostanza di cui sei fatto, che tra simili ci si vede e ci si digerisce bene.

Io, schifosamente intelligente e serio, ti sputo in un occhio, benedicendoti e lavandoti allo stesso tempo.

Ora puoi tornare al tuo letame.

Un caloroso saluto, pieno di bile, a tutti voi schifosi.

L’autore spocchioso

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